Erdogan fa la guerra al tycoon ostile con una multa miliardaria

Si chiama Aydin Dogan e ha la fama dell’imprenditore di successo. Per molti è il vero padrone dell’informazione turca e non potrebbe essere diverso quando controlli tre canali televisivi, sette quotidiani e ventotto riviste patinate. Da qualche giorno, i titoli delle sue società crollano in Borsa e qualcuno comincia a parlare di fallimento, ma la crisi globale questa volta non c’entra. E’ tutta colpa di una multa velenosa arrivata dopo un’indagine del fisco e qualche scaramuccia con il premier.
8 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:29
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Si chiama Aydin Dogan e ha la fama dell’imprenditore di successo. Per molti è il vero padrone dell’informazione turca e non potrebbe essere diverso quando controlli tre canali televisivi, sette quotidiani e ventotto riviste patinate. Da qualche giorno, i titoli delle sue società crollano in Borsa e qualcuno comincia a parlare di fallimento, ma la crisi globale questa volta non c’entra. E’ tutta colpa di una multa velenosa arrivata dopo un’indagine del fisco e qualche scaramuccia con il premier, Recep Tayyip Erdogan: 3,2 miliardi di dollari, quanto basta per “uscire dai giochi”, come dice un manager della compagnia. Secondo il magnate, questo è l’ultimo attacco del partito di governo alla libertà di stampa in Turchia.
Per il premier, Dogan è come un vecchio boss della mafia italo-americana: “Il caso è emerso durante un controllo di routine – ha detto domenica, durante una lunga intervista tv concessa da una casa esotica di Istanbul – Anche negli Stati Uniti ci sono persone che hanno avuto problemi con le tasse. Mi viene in mente Al Capone. Lui era molto ricco, ma ha passato gran parte della propria vita in carcere. Non mi pare che molti si siano lamentati quando ciò è accaduto”. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barros, dice che lo scontro è pericoloso, è un problema che Ankara deve risolvere se vuole completare il percorso di avvicinamento all’Ue.
Il guaio comincia a febbraio, quando trenta ispettori arrivano a fare controlli nelle società di Dogan Holding. Alla fine, mandano a Dogan una multa da cinquecento milioni per evasione. La seconda puntata a settembre: il fisco trova materiale per un’altra richiesta da due miliardi e mezzo di dollari, gli avvocati del gruppo presentano ricorso e il governo risponde portando la cifra sopra i tre miliardi. Dogan non si è mai tenuto alla larga dalla politica. I suoi giornali, di impostazione laica, hanno attaccato senza remore il partito di Erdogan, l’Akp, forte dove la popolazione è più vicina ai valori e alle regole dell’islam. Due anni fa, il governo ha promosso una legge che permettesse alle donne di portare il velo nelle scuole. Nel 2008, i vertici dell’Akp sono finiti in un’aula di tribunale per “attività anti laiche”: secondo l’accusa, volevano trasformare la Turchia in un paese islamico. Con Erdogan era a giudizio anche il presidente della Repubblica, Abdullah Gül. I quotidiani del gruppo Dogan hanno fornito agli inquirenti pagine e pagine di materiale per le indagini, ma il processo si è chiuso con molto rumore e poca sostanza. La storia dell’evasione, sostiene Dogan, è la vendetta del governo contro la stampa libera. Gli analisti turchi dicono che si tratta della multa più alta mai inflitta a una società quotata in Borsa. Il desk della compagnia fa sapere che ricorrerà alla giustizia; il ministro delle Finanze ha tempo una settimana per decidere se è meglio il tribunale o un tentativo di mediazione.
In questa battaglia,
Dogan non può contare neppure sull’appoggio di altri imprenditori. Lui rappresenta una vecchia casta di uomini d’affari che hanno fatto fortune a Istanbul e sono distanti anni luce dalla classe dirigente cresciuta in Anatolia e ben disposta nei confronti di Erdogan. L’Akp è al governo dal 2003 e da allora la Turchia è cresciuta a percentuali cinesi, ha stretto i rapporti con l’Unione europea, si è mossa verso la soluzione dei conflitti diplomatici con l’Armenia e con la Grecia per Cipro. Negli anni da premier, Erdogan ha sfidato la leadership ricca e secolare di cui fa parte Dogan: è uno scontro tra due anime della Turchia, chi prevale controlla i meccanismi della politica e gli equilibri dell’economia. Ma la guerra ideologica contro l’Akp non è l’unico problema nei rapporti tra il capo del governo e il magnate. Qualche tempo fa, Dogan ha cercato di acquistare quel che rimaneva di Sabah, un gruppo editoriale finito in bancarotta dopo un procedimento per evasione. I suoi uomini non sono mai riusciti a chiudere l’affare e Sabah è finita ad Ahmet Calik, sposato a Esra, la figlia primogenita del premier Erdogan.